ETERNI FEMMINILI | Longari Arte Milano e Cantore Galleria Antiquaria

Palazzo Vidoni:

Giovan Gioseffo dal Sole (Bologna, 1654 – 1719), Santa Caterina, olio su tela, cm 129 x 99. Courtesy of Cantore galleria Antiquaria. Courtesy of Cantore galleria Antiquaria.

Leonardo di Domenico Del Tasso (Firenze, 1464 – 1500), Santa Maria Maddalena in preghiera, circa 1500, terracotta, cm 158 x 39 x 54. Courtesy of Longari Arte Milano.

Scultore sudtirolese, Santa Maria Maddalena in trono, legno di cirmolo (pinus cembra) con tracce di policromia, cm 54 x 26.5 x 18. Courtesy of Longari Arte Milano.

Scultore toscano, Madonna con il Bambino, seconda metà del XIV secolo, legno intagliato dipinto, cm 95 x 27 x 20. Courtesy of Longari Arte Milano.

Giovanni d’Ambrogio (Firenze, attivo dall’otrtavo decennio del Trecento al 1420 circa), Santa Margherita, 1390 – 1400, pietraforte con tracce di policromia,  h cm 91. Courtesy of Longari Arte Milano.

Mosè Bianchi, (Monza, 1840 – 1904), Giovane donna in un giardino, acquerello su cartone, cm 42 x 31,5. Courtesy of Cantore galleria Antiquaria.

Agostino Ciampelli (Firenze 1565 – Roma 1630), Santa Caterina, olio su tela, cm 65,5 x 50. Courtesy of Cantore galleria Antiquaria.

Scuola emiliana, seconda metà del XVII secolo, Jezabel sbranata dai cani (dettaglio), olio su tela, cm 36 x 44. Courtesy of Cantore galleria Antiquaria.

Francesco Corneliani (Milano, 1740 – 1815), Tre figure femminili in paesaggio, olio su tela. cm 70,5 x 91. Courtesy of Cantore galleria Antiquaria.

Scultore di cultura adriatica intorno a Giovanni Fiorentino (documentato in Dalmazia dal 1467 al 1506), Testa femminile (Sibilla?), 1470 circa, cm 41 x 30 x 28. Courtesy of Longari Arte Milano.

In Europa ci sono state epoche in cui le donne sono soprattutto state rappresentate come modelli di ruolo, ossia come personaggi di un narrazione che, prima come dopo l’avvento del cristianesimo, attribuisce alla donna compiti piuttosto precisi. Proteggere, sostenere, curare, nutrire, ma anche combattere, sedurre, nascondere. Il più delle volte in queste epoche la donna è qualcosa, prima di essere qualcuno, vale a dire che è l’illustrazione di un personaggio fittizio la cui vicenda non appartiene alla vita reale. Non sono la corporatura o la fisionomia a caratterizzare la donna rappresentata, ma i suoi attributi. Per le divinità greche sono armi o strumenti musicali, per le sante cristiane gli strumenti del martirio, o i personaggi di contesto. Eppur di donne si tratta, in mondi che, oltretutto, prevedono una stretta separazione tra i sessi, nei dipinti come, probabilmente, anche nella vita reale. Perché dunque non provare a sospendere per un momento le ragioni dell’iconografia e guardare alla femminilità di queste figure, come fossero persone, e non personaggi? Dimenticare che si tratta di Maria Maddalena o di Santa Margherita per concentrare la propria attenzione sulle qualità umane, attribuendo rilievo ai possibili dettagli naturalistici, o provando a sondare l’eventualità di un tratto psicologico. Ed ecco che un’altra opera si svela, e con lei la mano dell’artista che le ha dato forma. Si cominciano a notare i capelli, il taglio degli occhi, le labbra, il profilo del volto, le mani, la postura. Tra l’altro, modulando il punto di osservazione ci siamo avvicinati all’occhio del collezionista, e a quello del mercante, che in fondo collezionista non può non essere, dopotutto, e a suo modo. Liberate degli attributi e della narrativa che le identifica le rappresentazioni abbandonano la loro ancora temporale. Sono paradigmi femminili che ora è possibile mettere in relazione con il presente. Intercettano una realtà di cui possiamo fare esperienza, e che perciò conosciamo meglio della realtà storica. Si dice che l’arte del passato sia di più facile comprensione rispetto a quella contemporanea. Ma questo è vero solo a un livello molto superficiale, e solo quando si tratta di riferire il soggetto a una narrazione largamente condivisa (come quella di matrice cattolica, o mitologica per esempio). Solo gli esperti sanno intendere i valori estetici di una certa opera e collocarli correttamente nel loro sistema di riferimento, ossia tra le altre opere prodotte nella stessa epoca, nella stessa regione, con gli stessi materiali, o con il medesimo soggetto. E solo i più raffinati, tra questi esperti, sanno cogliere il senso che una determinata opera ha avuto nel mondo in cui è venuta alla luce, e poi nelle epoche che ha attraversato per arrivare fino a noi. Non si dimentichi che la storia dei beni culturali come li intendiamo noi è piuttosto recente. La storia, anche quella recente, è piena di artisti compiuti, dimenticati e poi riemersi in sistemi sociali completamente differenti da quelli in cui questi artisti avevano operato (Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Artemisia Gentileschi o Marietta Robusti certamente ne sanno qualcosa). Ma se, come si proponeva, alla lettura storica proviamo a percorrere la ricerca del femminile ecco che nella pietra, nel legno, o sulla tela, cominciamo a cogliere l’espressività, che è poi l’elemento più determinante, l’unico davvero in grado di superare il relativismo del gusto e permetterci di apprezzare ogni linguaggio artistico, ogni materiale, ogni stile, e trarne autentico beneficio. Già, perché se è vero che una delle funzioni più alte dell’arte è quella di aiutare l’uomo a conoscersi meglio, sia esso l’autore o il destinatario dell’opera, è anche vero che l’arte ci può aiutare a comprendere meglio tratti del nostro essere; come la femminilità, per esempio. Le opere d’arte hanno molte risposte da dare, a chi sa porre le giuste domande

Stefano Pirovano

Mostra organizzata in collaborazione con Longari Arte Milano e Cantore Galleria Antiquaria

Bibliografia laterale:

  • Mirjam Zadoff, Karolina Kühn, “To be seen: Queer lives 1900-1950”, Hirmer Publishers, 2022
  • Sally Hines, Matthew Taylor, “Is gender fluid?” (The Big Idea), Thames & Hudson, 2018
  • Kate Zambreno, “Heroines”, Semiotext(e), 2012
  • Charlotte Mullins, “A Little Feminist History of Art”, Tate Publishing, 2019
  • Alice Munro, “La vita delle ragazze e delle donne”, Giulio Einaudi Editore, 1971
  • Sofi Oksanen, “Contro le donne”, Giulio Einaudi Editore, 2024
  • Ariel Salleh, “Ecofeminism as politics”, Zed Books, 2017 
  • Florence Rochefort, “Femminismi. Uno sguardo globale”, Editori LaTerza, 2022
  • Lucinda Gosling, Hilary Robinson, and Amy Tobin, “The Art of Feminism: Images that Shaped the Fight for Equality”, Tate Publishing, 2019
  • Luca Scarlini, “Le Streghe non Esistono”, Bompiani Editore, 2023
  • Lucetta Scaraffia, “Storia della Liberazione Sessuale”, Marsilio Editore (nodi), 2019 
  • Rita Laura Segato, “La Guerra contro le Donne”, Tamu Edizioni, 2023
  • Giuliana Sgrena, “Dio odia le donne”, Il Saggiatore, 2016
  • Annabelle Williams, “Why Women are poorer than Men (And what we can do about it)”, Michael Joseph, 2021
  • Hazel V. Carby, “Cultures in Babylon. Feminism from Black Britain to African America”, Verso Books, 2024
  • Bell Hooks, “The Last Interview: and Other Conversations”, Melville House, 2023
  • Bell Hooks, “All About Love”, William Morrow & Co., 2016
  • Audre Lorde, “Zami. Così riscrivo il mio nome”, Edizioni ETS, 2014
  • Audre Lorde, “A Burst of Light and Other Essays”, Ixia Press, 2017
  • Silvia Federici, “Caliban and the Witch Women, the Body and Primitive Accumulation”, Autonomedia, 2004
  • Susan Ferguson, “Women Women and Work: Feminism, Labour, and Social Reproduction, Pluto Pr, 2019
  • Various, “Suffragette Manifestos, Penguin Books, 2021
  • Asja Lacis, “L’Agitatrice Rossa. Teatro, Femminismo, Arte e Rivoluzione”, Meltemi, 2021
  • Elvira Vannini, “Femminismi contro. Pratiche artistiche e cartografie di genere”, Meltemi, 2023
  • Sarah Watling, “Tomorrow Perhaps the Future: Writers, Rebels and the Spanish Civil War”, Vintage, 2024
  • Pih Darren, “Radical Landscapes : Art, Identity and Activism”, Tate, 2022 
  • Gregory Sholette, “The Art of Activism and the Activism of Art”, Lund Humphries Pub Ltd, 2022
  • Leanne Prain, “The Creative Instigator’s Handbook: A DIY Guide to Making Social Change through Art”, Arsenal Pulp Press, 2022
  • Maria Alyokhina, “Riot Days”, Metropolitan Books, 2017
  • Naomi Klein, “This Changes Everything: Capitalism vs. The Climate”, Simon & Schuster, 2014
  • Steven Henry Madoff (Edited by) “What About Activism?”, Sternberg Pr, 2019
  • Andreas Malm, Corona, Climate, Chronic Emergency: War Communism in the Twenty-first Century, Verso Books, 2020
  • Cedric J. Robinson , Black Marxism: The Making of the Black Radical Tradition, Penguin Books Ltd, 2021
  • Chiara Bottici, “Nessuna Sottomissione: Il femminismo come critica dell’ordine sociale”, Editori Laterza, 2023
  • Alessandro Brivio, “Donne, Emancipazione e Marginalità”, Meltemi, 2019
  • Simone de Beauvoir, “Il secondo sesso”, Il Saggiatore, 2016
  • Bell Hooks, “Tutto sull’amore”, il Saggiatore, 2022
  • Jennifer Guerra, “Il femminismo non è un brand”, Einaudi, 2024
  • Elena Granata, “Il senso delle donne per la città: Curiosità, ingegno, apertura”, Einaudi, 2023
  • Marie-France Hirigoyen, “Molestie Morali: La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro”, Einaudi, 2021
  • Silvia Federici, “Genere e capitale. Per una rilettura femminista di Marx”, DeriveApprodi, 2020
  • Milli Gandini, Mariuccia Secol, “La mamma è uscita. Una storia di arte e femminismo”, DeriveApprodi, 2021 
  • Silvia Federici, “Caccia alle streghe, guerra alle donne”, Not, 2021
  • jennifer Guerra, “Il capitale amoroso”, : Manifesto per un eros politico e rivoluzionario”, Bompiani, 2021
  • Adele Clarke, Donna Haraway, “Making kin. Fare parentele, non popolazioni”, DeriveApprodi, 2022
  • Donna J. Haraway, “Manifesto Cyborg: Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”, Feltrinelli Editore, 2018
  • Ilaria Maria Dondi, “Libere: di scegliere se e come avere figli”, Einaudi, 2024
  • Carol Hay,”Think Like a Feminist: The Philosophy Behind the Revolution”, W. W. Norton & Company, 2020
  • Sara Ahmed, “Vivere una vita femminista”, Edizioni ETS, 2022
  • Bell Hooks, “Comunione: la ricerca femminile dell’amore”, Il Saggiatore, 2023

CINQUE MAESTRI | Audiovisiva

In collaborazione con la piattaforma Audiovisiva* e con il teatro Filodrammatici, Cremona Contemporanea | Art Week presenta cinque documentari dedicati ad altrettanti cardini della scena artistica italiana, ossia Marisa Merz, Pino Pascali, Ettore Sottssass, il gallerista Fabio Sargentini e Alberto Garutti. Alla straordinaria attività artistica e didattica di quest’ultimo, mancato lo scorso anno, la rassegna offre un tributo speciale.

Date e orari delle proiezioni:

Domenica 19 Maggio, ore 19.00: 
“Chi è Alberto Garutti e perché parla di noi” di Giampaolo Penco, 2013, 60′.

Mercoledì 22 Maggio, ore 19.00:
“Intorno a Marisa. Le opere, gli amici, le parole di Marisa Merz” di Simona Confalonieri, 2013, 26′.
Introduce Francisca Parrino, co-fondatrice di Audiovisiva.

Giovedì 23 Maggio, ore 19.00:
“Tutto su mio padre Fabio Sargentini” di Fabiana Sargentini, 2003, 41′.

Venerdì 24 Maggio, ore 19.00:
“Pino” di Walter Fasano, 2020, 60′.

Sabato 25 Maggio, ore 19.00:
“Il Treno di Sottsass” di Valeria Parisi, 2017, 55′.

* Audiovisiva è una piattaforma di streaming video specializzata in documentari d’arte, architettura, design e fotografia. Nata nel 2018 come impresa sociale, Audiovisiva è stata selezionata da Fondazione Cariplo tra le venti migliori start up culturali creative italiane. Dal 2019 è membro di Eurovod, federazione delle piattaforme VOD europee indipendenti; collabora con Kanopy, la piattaforma educational streaming leader del settore. Politecnico e Università degli Studi di Milano e Università di Architettura di Trento sono tra i primi atenei ad aver attivato i servizi di academic streaming offerti dalla piattaforma. Alla piattaforma on demand – audiovisiva.org – si può accedere da tutto il mondo.

ANDRZEJ STEINBACH: FIGUR I | Galerie Conradi

Residenza Torriani:

from 1 to 10. Figur I, Figur II, 2014/15, Fine Art Print. 90 x 60 cm. Courtesy of the artist and Galerie Conradi, Hamburg.

Untitled (300 used nails), 2019, video. Courtesy of Galerie Conradi, Hamburg.

La progettualità poetica di Andrzej Steinbach guarda al presente avendo ben chiari “modelli e protocolli” della fotografia, ma anche del design, dell’arte, della moda. I ritratti della serie alla serie Figur I, Figur II (2016), parte di una trilogia che comprende anche i ciclo fotografici intitolati Gesellschaft beginnt mit drei (2017) e Der Apparat (2019), annullano quasi completamente il contesto per concentrarsi sul soggetto, che Steinbach in questo modo ci invita ad “analizzare”. La modalità di osservazione potrebbe ricordare quella con cui guarderemmo un servizio di moda, in cui la modella è la costante, mentre cambiano pose, abiti e accessori. Solo che ovviamente qui non c’è alcun fine promozionale. Gli attributi dell’immagine sono del tutto neutri, brutalmente impersonali, privi di soggettività, proprio come le modelle nei redazionali delle riviste patinate. Eppure questa inversione di ruolo non porta, come ci si potrebbe attendere, a far emergere la persona, che invece di diventare individuale rimane prototipo. Piuttosto che a una posizione esistenzialista, dunque, si approda ai territori dell’astrazione. La tautologia del soggetto porta all’assoluto, all’ideale. La fotografia è fatta di fotografia, tanto più se in bianco e nero, e il pattern potrebbe ripetersi all’infinito, come un bicchiere di Dreher o un dipinto di Albers, che vibrano di significati proprio perché non ne escludono nessuno.

Stefano Pirovano

Andrzej Steinbach è nato a Czarnkow, Polonia, nel 1983. Vive a lavora a Berlino. Tra le mostre più importanti ricordiamo: “Stillleben in der Fotografie der Gegenwart”, Kunst Haus Wein, 2018; “Antarktika. Eine Ausstellung über Entfremdung”, Kusthalle Wein, 2018;  “Being: New Photography 2018”, MoMA, New York; “Models and Protocols”, Kunstverein Hamburg, 2022; “Sender Empfänger”, Galerie Conradi, Hamburg, 2023. Principali collezioni pubbliche: MoMA, New York; Fotomuseum Winterthur, CH; Kunsthalle Hamburg; Peter und Irene Ludwig Stiftung, Aachen; Berlinische Galerie, Berlin.

Mostra organizzata in collaborazione con Galerie Conradi, Amburgo.

NO FUTURE | Ettore Favini e Triangolo

Palazzo Guazzoni Zaccaria:

1. Melle Van Herwaarden, Still life, 2024, olio su lino, cm 90 x 100.

2. Melle Van Herwaarden, Crushed, 2024, olio su lino, cm 40 x 30.

3. Melle Van Herwaarden, Solo, 2024, olio su lino, cm 60 x 50.

4. Isabella Benshimol, Loro, 2024, porta carta igienica in acciaio inox, panni usati, resina epossidica e carta A4, dimensioni variabili.

5. Isabella Benshimol, Paloma, 2024, rubinetto da cucina a doppia leva da incasso 2024 Cromo, abiti usati, resina epossidica e fogli A4, dimensioni variabili.

6. Isabella Benshimol, Schizzo N.83, 2024, carta hahnemühle photo rag, cm 6,75 x 9.

7/8. Arhun Aksakal, Eternal city, 2024, clorofilla su carta antica, cm 144,10 x 121,2.

9. Alessandro Polo, Yes, they still live underground, 2024, pennarello e acrilico su Megablock, cm 30 x 20 x 15.

10. Rebecca Momoli, Macellaio, 2024, ferro battuto, legno di faggio, specchio, cm 60 x 60 x 33.

11. Gabriele Ciulli, Not titled yet, 2024, vasche plastica, acqua , luce colorata, dimensioni variabili.

Metà degli anni ’90, tutti i più grandi sociologi impegnati negli studi sui cambiamenti generazionali stanno discutendo animatamente in una stanza. Il complesso tema è come chiamare la nuova generazione, quella successiva ai millennials. A un certo punto ecco un’idea: “generazione Z!”, urla un vecchio professore dall’aspetto vetusto. Attorno a lui si levano borbottii di assenso. Poi il più giovane degli studiosi presenti si alza in piedi e prende la parola timidamente: “egregi colleghi, un rapido dubbio… Se la chiamiamo Z, poi come chiameremo quella dopo?”. Fragorose risate si levano nella sala. Sipario.

È un po’ così che si sentono tutti i nati tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000. Inutile ripetere anche la pappardella della iGeneration o dei nativi digitali. Per i nati in questo giro d’anni i dispositivi hanno costituito senza dubbio dei luoghi fisici dove allenare il proprio immaginario, ma dall’altra parte anche un catalizzatore fenomenale che crea uno scompenso tra la velocità dei social e la velocità nella vita, un’ulteriore disarmonia in un mondo in cui il progresso scientifico e quello etico non vanno più a pari passo ormai da un secolo.

Dunque, il no al futuro, come da titolo della mostra, è duplice: non è solo il No propinatoci dalla storia e dalla società a ogni nostra possibile aspirazione o prospettiva futura, è anche il nostro No al mondo sfasciato che ci vogliono sbolognare, ma che non vogliamo proprio prendere in mano.

La storia delle controculture ha seguito la logica per cui l’istante del “NO”, della rivolta culturale, prendeva corpo, tempo e spazio nella costruzione di un movimento ed ecco che, in seno a una negazione, in maniera quasi paradossale, emergeva un progetto e, con esso, la promessa di un futuro alternativo, come un oceano di possibilità in cui potersi tuffare. Avvicinandoci ai giorni nostri, accade in questa storia qualcosa che non è più inquadrabile secondo uno schema preciso. Come dice Marguerite Yourcenar, è innegabile che “qualunque cosa si faccia si ricostruisce il monumento a proprio modo, ma è già tanto adoperare pietre autentiche”; in parole povere nessuno inventa mai davvero niente, i tomi della biblioteca di Babele sono sempre quelli e, gira e rigira, diciamo tutti periodicamente le stesse cose. Ma quella sana e fulgida inconsapevolezza di pensare di aver detto qualcosa di innovativo fa semplicemente tutta la differenza del mondo. L’esplorazione, infatti, non è più nei luoghi mentali del pensiero, dell’immaginazione, delle fantasie, ma nella grande rete che connette tutto e tutti. Che ne è dunque di quella linea di fuga che chiamiamo utopia o futuro, quando tutto è già qui?

In maniera assolutamente paradossale, a causa della totale mancanza di filtri nel dedalo social, in un mondo sempre più virtuale, la realtà non si può più ignorare. È la mefistofelica e apocalittica vittoria del vero contro il fantastico, in un contemporaneità che non è mai stata inquietante quanto lo è oggi. Da qui sbocciano, come fiori del male, la malinconia, il senso di fallimento, la salute mentale sempre più fragile e un senso di precarietà plenario.

Il futuro, come cantano i Blink182, per questa generazione non può esistere.

You can run, but life won’t wait, yeah/ They don’t care about you/ (No future!)

Archimede Favini

ARETHUSA | Luciana Elizondo e Fabio Gionfrida

Le molteplici relazioni che intercorrono tra pittura e musica sono state più volte oggetto di sperimentazione da parte degli artisti. Arethusa è una composizione sonora di Luciana Elizondo e Fabio Gionfrida, concepita ed eseguita in stretto rapporto all’opera pittorica – nello specifico l’opera pittorica di Bonaventura Lamberti – e allo spazio architettonico che la contiene. La viola da gamba è uno strumento musicale che, per sua natura, ha un timbro simile a quello di una voce umana. L’elettronica trova invece il suo principale utilizzo nella creazione di suoni normalmente non udibili in natura. Da questa intrinseca differenza dipende un diverso ruolo nell’ambito del processo compositivo di Arethusa, in cui i due strumenti sono tuttavia in costante dialogo tra loro.

TESTAMENTO | Roberto Amoroso

Palazzo Guazzoni Zaccaria:

1. La voce del vento, 2024, arazzo jacquard tintofilo, cm 140 x 140.

2. Requiem, 2024, stampa Kornit su tessuto, cm 140 x 200.

3.  Le cronache della materia, 2024. arazzo jacquard tintofilo, cm 140 x 140.

4. Eco dal futuro, 2024, arazzo jacquard tintofilo, cm 140 x 140.

“La tentazione di divenire mostro, a non avere paura, a voler bene al mostro che è in noi, che noi siamo. Figura ribelle, che conosce profondamente amore e dolore che derivano dall’essere fragile, corporeità decentrata rispetto alla cultura egemone”. Si tratta di un estratto da Le promesse dei mostri, di Donna Haraway. È per me una fonte di ispirazione. La dicotomia gerarchizzante umano/animale non è un fatto di “natura”, un’operazione neutra e descrittiva; ma una decisione performativa, normativa e normalizzante, un tentativo di decostruire la categoria di “specie”.

Affrontato la tematica nell’opera Requiem, e anche nel video Behind the curtain #2, quasi a sottintendere un’estinzione di valori binari a favore di nuove creature mutanti, con una visione del mondo sdoganata dagli assolutismi. La mia ricerca, nello specifico del video, prodotto a quattro mani con mio fratello Dario, che ne ha curato musiche e montaggio, è stata quella di smantellare le credenze popolari, che spesso affondano in storie tramandate nel tempo, di stampo anche religioso. Storie che rappresentano la struttura della formazione collettiva, ma che hanno generato squilibri a favore di una società patriarcale.

Negli altri due lavori, pur conservando una sensibilità di contemplazione naturalistica, la tematica prende una piega più paesaggistica, del tutto inedita per me. Pur percependone l’aspetto distopico, l’ immagine si indirizza verso una visionarietà che provo a superare attraverso la fantasia, l’ansia per le catastrofi. In La voce del vento, una forza atmosferica distrugge boschi con fattezze antropomorfe, quasi a suggerire che una natura, anche se addomesticata dall’ uomo, rischia la distruzione.

In Eco dal futuro, siamo di fronte a un ossimoro visivo, il fuoco degli incendi e l’acqua degli oceani convivono in un’improbabile danza apocalittica.

A livello formale questo gruppo di opere è composto da tre arazzi, tessuti con il supporto produttivo di Clerici Tessuti, storica azienda tessile che ha prodotto tre arazzi jacquard con sviluppo tessile sperimentale.

Sempre con la stessa azienda, ho avuto modo di confrontarmi con un’ altro suo aspetto produttivo, ovvero la stampa dei tessuti, creando con la tecnica Kornit l’opera Requiem.

Il progetto è stato proposto con il supporto di Rossella Farinotti nel tentativo di creare una connessione con le aziende del territorio. 

Roberto Amoroso

BAR CREMONA | Thomas Braida, Andrea Magnani, Marta Ravasi di Giorgio Galotti

Ogni episodio di Bar Cremona vive secondo la logica, piuttosto formale, di focalizzare l’attenzione su un argomento da approfondire attraverso opere d’arte in visione, dialoghi da ascoltare, oppure esperienze da vivere, che si mescoleranno al pubblico casuale del luogo che lo ospita.

Per il primo appuntamento è previsto un focus su Sua maestà la Pittura, attraverso il coinvolgimento di alcune voci note, che privilegiano questo mezzo espressivo e che con i loro contributi entrano in dialogo con la vita quotidiana della Torrefazione Caffè Vittoria, luogo storico di Cremona, che nel tempo ha vissuto una stratificazione di generazioni, proposta e stili che lo rendono un unico nel suo genere.

Durante i giorni della Cremona Art week il luogo prende forma, per ospitare piccoli incontri e racconti intimi sulla pittura, attraverso una serie di colazioni dal titolo Pane, olio e marmellata, in cui si serve il caffè tostato in loco, come momento di incontro propulsivo, per raccontarci lo stato dell’arte, le esperienze e i nuovi approcci verso quello che è “IL” mezzo espressivo. Il programma attiva il luogo in alcuni momenti, con l’intento di sovrapporre nuovi racconti alla storia.

Giorgio Gallotti

Ideazione e progettazione: Giorgio Galotti
Con il prezioso aiuto di Ettore Favini
Insegna di Ettore Favini

FAR BRILLARE LA POLVERE² |  SC_NC per Progetto Ludovico

Residenza Torriani:

Acrobazia (Sigilli_12), 2021, acciaio, polietilene, cavo elettrico, cm 240 x 230 x 230.

Fiori fuori posto, 2024, fotografia, incisione laser, pittura spray, carta, vetro, sigillante, cm 21 x 32 x 1,5.

Space in mirror is closer than it appears, episode 02, 2021, video loop, 6’24”.

La pratica artistica di Stefano Comensoli e Nicolò Colciago (Milano, 1990; Garbagnate Milanese, 1988) si concentra sull’esplorazione, la segnalazione e la riappropriazione di tracce e frammenti, attraverso cui rivisitano il passato: utilizzando materiali industriali e oggetti quotidiani, creano opere e installazioni con molteplici strati di significato. La loro ricerca si basa sulla reinterpretazione di scarti di produzione e tracce storiche, manifestando un’impronta poetica e visiva unica. Così, come il suo capitolo precedente presso lo spazio di Cittadella degli Archivi a Milano, anche Far brillare la polvere(2) vuole celebrare la città che la ospita. Presso la Residenza Torriani di Cremona sono presenti diverse produzioni, poste in dialogo con gli ambienti dettagliati da preziosi ritrovamenti storico-artistici: la nuova produzione di serigrafie della serie “Fiori fuori posto” del 2024, “Acrobazia (Sigillo_12)” del 2021 e un video che funge da storyteller della pratica completa di Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, compongono questa mostra che si propone come un luogo di scambio tra artisti e archivi, unendo tracce e frammenti per creare nuovi mondi artistici. Un grande sigillo ci accoglie, un segno scultoreo che deriva da un gesto, da un’azione assecondante la materia stessa. Forma e colore sono insite nel lavoro, assecondate per portare l’elemento industriale alla sua origine: il dialogo tra storia, archivio e luoghi industriali evidenzia il ruolo dell’arte nel coinvolgimento della comunità e nella riflessione critica sulle trasformazioni urbane. 

Stefano Comensoli_Nicolò Colciago lavorano e ricercano insieme dal 2014, sono co-fondatori del progetto Spazienne e docenti presso NABA Nuova Accademia di Belle Arti. Tra le ultime mostre e progetti: Far brillare la polvere, Cittadella degli Archivi, Milano, 2024, a cura di Rossella Farinotti x Progetto Ludovico; Visioni di un oltre (Haboob), The Open Box, Milano, 2023, a cura di Maria Villa; Mind Your Step, De Bouwput, Amsterdam, 2023; Round Trip – Fluidum, Fabbrica del Vapore, Milano, 2023 e Pavillon am Milchhof, Berlino, 2023; Lontano dal resto, Riss(e), Varese, 2022, a cura di Davide Dal Sasso; Laboratorio Montagna, Museo Nazionale della Montagna, Torino, 2022, a cura di Andrea Lerda; Space in Mirror Is Closer Than It Appears, Mucho Mas!, Torino, 2021; Zauber und Paranoia, Super Bien!, Berlino, 2021; Lì dove nascono le forme del vento, Otto Zoo, Milano, 2020.

Progetto Ludovico è una piattaforma dedicata alla ricerca, produzione ed esposizione di arti visive legate all’industria. È fondato da Lorenzo Perini Natali a Milano nel 2021.