Judith Hopf

Museo Archeologico San Lorenzo:

A pear with two bites, 2019, mattoni, cemento.
Courtesy of the artist and kaufmann repetto, Milan – New York.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

La ricerca artistica di Judith Hopf (1969, DE) è soprattutto un potente strumento di analisi della società contemporanea messo al servizio dell’uomo e del suo slancio vitale. Attraverso un approccio estetico brutalmente votato all’essenzialità, l’artista esplora la relazione tra corpo e ambiente, mettendo in luce le tensioni e le dinamiche di potere che caratterizzano il nostro tempo. I materiali scelti da Hopf per le proprie opere sono in sé portatori di significati che vanno oltre la loro mera essenza formale. Essi diventano simboli delle strutture e delle istituzioni che influenzano la nostra vita quotidiana, stimolando riflessioni sulle relazioni tra individuo e ambiente, tra corpo e architettura, tra umano e animale. La capacità di attraversare medium di diversa natura le permette a Hopf di esplorare i temi che le stanno più a cuore da angolazioni diverse, arricchendo costantemente la sua ricerca, ma offrendo al pubblico una restituzione semplice, persino rassicurante, della questione esistenziale.

A pear with two bites è parte di una serie di opere in cui Judith Hopf impiega calce e mattoni per creare oggetti che sono leggeri nel mondo reale, ma che diventano ottusamente pesanti nella trasposizione artistica. Questo è un modo per rappresentare quanto certe azioni apparentemente semplici come mangiare una pera, oppure trasportare una valigia, possono diventare complicato nel caso in cui una persona sia affetta da una menomazione.

Le sue recenti mostre personali includono Bétonsalon – Centre d’Art e de Recherche e Le Plateau, Frac île-de-france, Parigi/ KW institute for contemporary art, Berlino/ Hammer Museum, Los Angeles/ Statens Museum for Kunst, Copenhagen/ Museion, Bolzano/ Neue Galerie, Kassel/ Praxes Center for Contemporary Art, Berlino/ Fondazione Morra Greco, Napoli/ Studio Voltaire, Londra/ Badischer Kunstverein, Karlsruhe/ Malmö Konsthall, Malmo. Ha inoltre partecipato alla Biennale Gherdëina, 2022; la Biennale de Montréal, 2016; 8 Liverpool Biennial, 2014 e dOCUMENTA (13) Kassel, 2013.

Michele Lombardelli

Antichità Mascarini:

1/2/3/4/5. Senza titolo, 2020-2021, tempera e acrilico su tavola, cm 25 x 20. Courtesy of the artist and Cardelli e Fontana, Sarzana.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Michele Lombardelli (1968, IT) è una personalità artistica che si estende ben oltre la semplice pratica visiva. La sua versatilità si manifesta nelle molteplici identità che Lombardelli ha assunto nel corso degli anni: oltre ad essere un artista, infatti, è anche musicista, collezionista ed editore. Questa multidisciplinarietà gli permette di avere un approccio unico e diversificato alla creazione artistica, arricchito da influenze e spunti provenienti da diverse forme di espressione culturale. Nella sua ricerca visiva adotta un atteggiamento profondamente analitico, che si focalizza sull’indagine dell'”irrisolto” e dell'”indefinito”. Questa predilezione lo porta a esplorare territori artistici che sfuggono a una definizione chiara e netta, ma che al contrario si situano in una zona di confine, dove le certezze evaporano. Le idee di Samuel Beckett rappresentano una fonte di ispirazione fondamentale per Lombardelli. Beckett, con la sua attenzione per l’assurdo e il non-senso, per l’ineluttabilità del destino umano e per l’impossibilità di trovare risposte definitive ai grandi interrogativi esistenziali, rappresenta per l’artista un terreno di ricerca ideale.

Tra le sue mostre personali le più importanti sono: La Rada, Locarno / Sala delle Colonne, Corbetta, Milano /  MOT International, London / AMT, Milano / Bonelli Contemporary, Los Angeles / libreria A+M, Milano / MAC, Lissone, IT. 

Nevine Mahmoud

Museo Archeologico San Lorenzo:

1. Josefine (looking back), 2024, marmo di Carrara, cm 60,96 x 45,72 x 43,18. Courtesy of the artist and Soft Opening, London.

2. decollates (ears), 2024, marmo rosa del Portogallo, cm 10,16 x 10,16 x 21,59. Courtesy of the artist and Soft Opening, London.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Nevine Mahmoud (1988, UK) crea sculture che sono manifestazioni tangibili del processo creativo in sé. Le sue opere sono sintesi di elementi diversi che, uniti, incarnano la molteplicità delle emozioni e dei desideri umani, piuttosto che rimandare a significati predefiniti. Oltre all’estetica seducente delle superfici e dei materiali utilizzati, le opere di Nevine Mahmoud  rivelano un sistema archetipico sottostante: l’essenza della sua pratica artistica risiede nella capacità di evocare emozioni, spesso perturbanti. La scelta dei soggetti per le sue sculture è guidata da un’intuizione istintiva, che si basa sulle qualità intrinseche degli oggetti. Infatti, Mahmoud si interroga su come un certo oggetto agisca sul suo corpo e sulla sua psiche, cercando di catturare il flusso di sensazioni che emergono dalla sua interazione con esso. Attraverso un processo di natura autoevidente, Mahmoud cerca di restituire la complessità delle sensazioni umane, tra inquietudine ed erotismo, fragilità e violenza, attrazione e straniamento. Le sue opere diventano così dei potenti veicoli per esplorare la vasta gamma di desideri che definiscono l’esperienza umana.

I cerbiatti di pietra di Mahmoud si contorcono in posture di evidente vulnerabilità che collocano il soggetto a metà strada tra il piacere e il dolore. Esponendo un simbolo comune d’infanzia e innocenza, queste creature sembrano nude, incompiute, indifese, anche in ragione della scelta dell’artista di usare un materiale freddo e duro, che lascia gli animali immortalati in una sorta di estatico rigor mortis. In queste opere Mahmoud sembra abbellisce un’angoscia, mentre interroga il rapporto tra vulnerabilità e abbandono, forse per riflettere sull’estasi sensuale che si trova nell’agonia. Josefine (looking back) è la prima scultura che Nevine Mahmoud ha realizzato a Carrara.

Mostre principali: Collapse, Soft Opening at CFAlive Milano / in mass and feeling, Soft Opening, Londra / MATRIX 188, Wadsworth Athum, Londra / MATRIX 188, Wadsworth Atheneum, Museo d’Arte di Hartford, Connecticut / Los Angeles Municipal Art Gallery, Barnsdall / foreplay II, M+B, Los Angeles / bella donna, Nina Johnson, Miami / belly room, Soft Opening, Londra / f o r e p l a y, M+B, Los Angeles / The Poet, The Critic and The Missing, MoCA Los Angeles.

Jonas Mekas

San Carlo Cremona:

Requiem, 2019.
Courtesy the Estate of Jonas Mekas and Apalazzogallery.

Jonas Mekas (1922, LT – 2019, US) è stato un artista, poeta e regista che ha vissuto a Brooklyn gran parte della sua vita. Dopo essere stato deportato in un campo di lavoro durante la Seconda Guerra Mondiale, è arrivato a New York nel 1949 come rifugiato e si è stabilito a Williamsburg. Mekas è diventato un membro attivo del movimento Fluxus grazie alla sua amicizia con George Maciunas. È noto per aver documentato performance di molti artisti. Nel 1949, poco dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, ha acquistato la sua prima cinepresa Bolex, diventando presto una figura chiave del cinema d’avanguardia americano. Ha fondato la rivista “Film Culture” nel 1954 e nel 1958 ha iniziato la rubrica “Movie Journal” su “The Village Voice”. Nel 1962 ha fondato la Film-Makers’ Cooperative e nel 1964 la Film-Makers’ Cinémathèque, che ha poi dato vita all’Anthology Film Archives. Mekas ha avuto un’influenza profonda su numerosi registi d’avanguardia, tra cui Andy Warhol, Michael Snow e Stan Brakhage, e ha contribuito significativamente alla carriera di artisti come Joan Jonas, Carolee Schneemann e Chantal Akerman.

“I live, therefore I make films. I make films therefore I live. Life. Movement. I make home movies, therefore I live. I live, therefore I make home movies”. Nessun altro gesto, se non quello di avere in mano la macchina da presa, può rappresentare meglio Jonas Mekas, quel viandante poetico, ricercatore di dettagli, di “glimpses” – come asserirebbe lui stesso – in ogni momento della sua vita. Le immagini in movimento riprese, assorbite, montate da Mekas fanno parte di un immaginario che è sempre rimasto in bilico tra la forte poesia ritmica della non narrazione, e la scelta quasi concettuale dei soggetti raccontati. Per Cremona Art Week “Requiem” è una tappa importante. Il film, presentato in anteprima mondiale presso San Carlo Cremona, è un collage di immagini di fiori estrapolate all’interno di trent’anni di riprese. Una raccolta di immagini e suoni che qui si riverbera tra le alte mura, rese nuovamente sacre attraverso visoni poetiche, accompagnate dal requiem, proiettate con grande impatto nella zona dell’altare. La natura è il soggetto principale. Per Mekas rappresentava un focus importante da raccontare e utilizzare come legante tra episodi e dettagli. Fiori; fiori recisi; fiori coltivati; fiori selvatici; fiori bianchi; fiori colorati; fiori dentro e fuori paesaggi naturali. Boschi, giardini, strade.Entrando in San Carlo Cremona c’è una grande tenda che accoglie il visitatore. Un richiamo al teatro, a quel grande spettacolo che è la vita; ma è anche un richiamo alla morte, a un palcoscenico che si chiude dietro a un lungo percorso fatto di tracce, memorie e racconti. La scritta Requiem è chiara, prepara il fruitore a una lettura dell’opera univoca. L’impatto estetico è forte: le immagini scorrono davanti agli occhi sul grandissimo schermo posto in altezza. Erbacee, verde e fiori sono il soggetto principale, che fungono da leitmotiv dell’intero film che dura un’ora e venti minuti. A inframmezzare questo unicum di appunti visivi di Mekas ci sono piccoli episodi, anzi, cenni di vita: una madonna lignea con bambino; margherite da campo; quadrifogli; viole; campanule; iris; rose; frammenti di luce.

Mostre principali: 51esima Esposizione internazionale d’Arte, The Experience of Art Directed | Always a Little Further, Venezia, Italia (2005) / 50esima Mostra Internazionale d’Arte, Sogni e Conflitti. La dittatura dello spettatore, Venezia, Italia (2003) /  Documenta XI, Kassel, Germania (2002) / 53esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Venezia, Italia (1996) / 31esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Venezia, Italia (1970) / 25esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Italia.

Daniele Milvio

Tempietto di San Luca:

Altare per divinità storicizzate, 2019, acciaio, legno, specchio, neon, lampadine e componenti elettronici, cm 214 x 110 x 110. Courtesy of the artist and Weiss Falk Gallery, Zürich-Basel.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

L’avvicendamento utilitaristici di diverse tecniche e materiali caratterizza il lavoro di Daniele Milvio (1988, IT). La sua pratica artistica non cerca dimestichezza con una tecnica o una grammatica in particolare, si concentra piuttosto sulla salute e l’ampliamento di un sistema iconografico. Una delle sue peculiarità è la capacità di superare la dicotomia tra dimensione bidimensionale e tridimensionale, fondendo l’immagine pittorica in un oggetto scultoreo. Le sue ultime ricerche vertono sull’utilizzo di materiali ambivalenti -come le sovrapproduzioni di pelli esotiche- conducendo a una ricerca sempre più profonda del medium pittorico, cercando di applicare nuovi materiali a supporti tradizionalmente destinati alla pittura. Le arti applicate rappresentano per lui una possibilità preziosissima per difendersi dall’inconsistenza, dalla vuotezza e dal manierismo che a suo avviso, sempre più spesso, affliggono le arti cosiddette belle.

Altare per Divinità Storicizzate è la materializzazione, in scala il più possibile esatta, dell’illustrazione di Tiger Tataishi L’Altare. Si basa su un’idea, o un incubo, di Ettore Sottsass, il quale ne curò l’apparato tipografico e i testi. La rotoflessografia venne pubblicata in cinquecento esemplari da Edizioni Jabik arte moltiplicata nella primavera del 1974. Le dimensioni della struttura sono state ricavate considerando gli ingombri degli oggetti presenti nell’illustrazione: una pistola, una bomba a mano, lampadine, libri. Non ci è dato sapere se fu mai stata presa in considerazione da Sottsass l’idea di realizzare questo oggetto di particolare utilità domestica, probabilmente no. E’ certo invece che a Milvio parve necessario concludere questo cerchio: dall’idea, all’illustrazione, all’appropriazione, alla restituzione. L’utilità originaria dell’altare è quella di fornire una struttura magnificatrice neutra, capace di esaltare il proprio culto, qualsiasi esso sia. Sottsass porta alcuni esempi di probabili oggetti di idolatria: scarpe di lusso, giocatori di football, automobili, collane di perle, cantanti televisivi, ma anche figure più nefaste come dittatori, colonnelli etc. Sono passati 50 anni esatti, non possiamo dire di aver invertito la tendenza, ancora imperversa nelle menti e nelle case la glorificazione acritica e solitaria del nulla, quando non del male. Come diceva Sottsass in una nota a margine della stampa – da vendere nei grandi magazzini. L’oggetto, di straordinaria complessità tecnica, è stato realizzato dalla Giovanardi SPA.

Mostre principali: Red Herring, Amanita, New York / Le Faremo Sapere, Federico Vavassori, Milano / Basel Social Club, Ilenia, Londra / Melodyne, Weiss Falk, Basilea / Weiche Kanten, with Rebecca Morris, curated by Camila Mc Hugh, Berlino / Danno Erariale, curated by Gigiotto del Vecchio, Fondazione Morra Greco, Napoli / Watercolours, Chapter III, Curated by Weiss Falk, XYZ, Tokyo / Found Refined Refound, Weiss Falk at Eva Presenhuber, New York.

Ornaghi & Prestinari

Palazzo del Comune:

1. Luna, 2017, ceramica invetriata con madreperla, metallo, cm 33 x 36. Courtesy of the artist and Galleria Continua

2. Stranizza d’amuri, 2024, marmo dipinto, cm 60 x 85. Courtesy of the artist and Galleria Continua

3. Due fuori dal comune, 2024, acciaio, carta, dimensioni variabili. Courtesy of the artist and Galleria Continua

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Chiesa del Foppone:

Trionfetto, 2024, acciaio, alluminio verniciato, cm 170 x 163 x 70.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari (fondato nel 2009, IT) giungono all’arte visiva attraverso design industriale e architettura. La loro pratica artistica abbraccia una varietà di tecniche: installazione, scultura, disegno, ceramica, ricamo. La ricerca sui materiali e la sperimentazione dei processi di lavorazione, sia artigianali che industriali, sono centrali nel loro lavoro. I temi principali delle loro opere includono la trasformazione, il prendersi cura e il riparare le cose quotidiane. Attraverso un’attenzione particolare alle qualità estetiche e funzionali degli oggetti, Ornaghi & Prestinari trasformano poeticamente l’esistente, invitando a riflettere sul valore delle cose e sulla nostra relazione con il mondo materiale.

Rigore, pulizia, sperimentazione, equilibrio, analisi attenta dei materiali e delle loro possibilità, sovversione di sensi e funzionalità degli oggetti presi sotto analisi, preciso intento, sviluppo analitico. Questi sono alcuni degli elementi chiave da pensare e adottare nella lettura delle composizioni e delle opere scultoree messe in atto dal duo. Trionfetto, la scultura prodotta la per Cremona Art Week gioca ironicamente con sul tema del fallimento. Quando davvero si vincere, e quando si perde? Nel Palazzo del Comune, lungo sale che si affacciano sulla piazza del Duomo, i due artisti dispongono piccoli elementi scultorei. Sono tracce del lavoro quotidiano che in quelle stanze si svolge. Il contesto è parte significativa dell’approccio volto a sovvertire ruoli e di significati.

Mostre principali: Galleria Continua San Gimignano e Les Moulins, FR / Fondation Villa Datris, Isle-sur-la-Sorgue, FR / GAMeC, Bergamo, IT / Kunsthalle Bern, Berna / Misk Art Institute, Riyadh SA / Musée Picasso, Parigi / Espace Monte Cristo – Foundation Villa Datris Paris, Parigi.

Emma Talbot

Teatro Ponchielli:

1. The Tragedies/ Le Tragedie, 2024, metallo, tessuto, seta, acrilico, capelli sintetici.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Intrecciando tecniche e materiali eterogenei Emma Talbot (1969, UK) crea opere policentriche e multiformi, che si muovono agilmente tra diverse dimensioni interpretative: tra simboli e metafore, dal quotidiano all’eterno, dall’individuale all’assoluto. L’artista esplora il rapporto tra la presenza fisica dell’opera d’arte e la natura effimera del soggetto rappresentato, che attivato attraverso l’uso di materiali e tecniche di lavorazione artigianale, come le carte fatte a mano, per esempio, che vengono disegnate e poi piegate per dar vita a opere delicatamente tridimensionali. I dipinti sono eseguiti direttamente su seta, materiale delicato e luminoso, che viene cucito in sezioni che poi si traducono in opere bidimensionali o installazioni. Nonostante l’apparente semplicità dei processi utilizzati, l’opera di Talbot è tematicamente ambiziosa: la politica sociale, il concetto di genere, il rapporto tra l’uomo e il mondo naturale, l’intimità, il rapporto tra tecnologia e linguaggio. La sua capacità di combinare estetica e contenuto, forma e sostanza, rende il suo lavoro non solo visivamente affascinante, ma anche intellettualmente stimolante.

Per il ridotto del Teatro Ponchielli Emma Talbot ha voluto creare un’opera site specific. Lo storico teatro cremonese accoglie un’installazione che affronta una storia densa e ricca di significati, ossia quella di Medea, simbolo femminile di volatilità. Il coro, tipico della tragedia, è rappresentato con volti, corpi dalle braccia drammaticamente alzate, parole scritte sul tessuto. Certi corpi giacciono a terra, in attesa di un destino già deciso. “Tempesta tempesta”. Tra i simboli, le stratificazioni di figure, il disegno, la pittura, il tessuto, tornerà il sereno? La figura di Medea ci accoglie, nascondono una tragedia contemporanea.

Mostre principali: The Milk of Dreams, 2022, 59esima edizione de La Biennale di Venezia, Italia curata da Cecilia Alemani/ The Age, 2020, Whitechapel Gallery, Londra, UK e alla Collezione Maramotti, Italia/ Beiqui Museum, Nanjing, CN/ The Model, Sligo, IE/ Kunsthall Stavanger, NO/ DCA Dundee, UK/ Kunsthalle Giessen, DE/ Kesselhaus, Kindl Museum, Berlino, DE. Nel 2020 Emma Talbot ha vinto il Max Mara Art Prize for Women. 

Patrick Tuttofuoco

Loggia dei Militi:

Hercules, 2024, alluminio, metacrilato, pellicola vinilica con stampa digitale, circonferenza cm 200 (2 occhi).

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Strada Basolata Romana:

1. Surrender the eyes, 2024, marmo rosa del Portogallo e acciaio.
Courtesy of the artist and Federica Schiavo Gallery, Roma.

2. No Time, 2019, metacrilato, ferro.
Courtesy of the artist and Federica Schiavo Gallery, Roma.

3. No Space, 2019, metacrilato, ferro.
Courtesy of the artist and Federica Schiavo Gallery, Roma.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

La poetica di Patrick Tuttofuoco (1974, IT) si concentra sul rapporto tra l’individuo e la sua capacità di trasformare l’ambiente che lo circonda. La sua pratica artistica esplora le dinamiche tra la figura umana e lo spazio, mettendo in luce il ruolo centrale dell’essere umano come agente di cambiamento e come misura della realtà circostante. Tuttofuoco attinge a elementi estetici provenienti dal Modernismo e dalla cultura Pop, integrandoli nel linguaggio artistico da lui definito. Questi influssi si fondono in una sintesi che, a volte, raggiunge l’astrazione. Ma l’artista utilizza la figura umana come modello fondamentale per esplorare temi universali ed esistenziali. Questo approccio permette di generare un numero infinito di versioni dell’individuo, nonché del contesto sociale e ambientale in cui esso  vive. Le sue opere diventano così specchi che riflettono la complessità dell’esistenza, invitando lo spettatore a riconsiderare la propria identità, le relazioni con gli altri, le dinamiche di  adattamento che caratterizzano la vita contemporanea.

La Pietà Rondanini di Michelangelo è l’ispirazione della scultura No Space No Time, che ritrae la moglie e il figlio dell’artista, stretti in un abbraccio nel sonno. L’opera guarda alla scultura classica, della quale richiama i canoni estetici e le regole stilistiche ma, allo stesso tempo, innesca una serie di dualismi e dicotomie. 

Come nella Pietà di Michelangelo dove l’artista ha lavorato in modo non lineare (gli elementi anatomici di Gesù e Maria Vergine sembrano appartenere a periodi diversi), le due parti della scultura di Tuttofuoco sono distinte eppure in dialogo tra loro: busto e volto un pezzo, gambe l’altro. Due opere separate che diventano un unicum.

La distanza con il suo riferimento classico passa anche attraverso l’impiego del metacrilato. L’uso del colore, elemento iconico nella produzione di Tuttofuoco, sottolinea il dualismo tra classicità e modernità. E, nonostante l’uso di tecniche innovative, la scansione 3D e le macchine a controllo numerico, le sculture si sviluppano da un unico blocco con il processo ‘in levare’, quintessenza della pratica di Michelangelo.

Mostre principali: Abbandona gli Occhi, Palazzo de’ Toschi, Bologna / Fuori tutto, Collezione MAXXI, Roma / Il resto dell’alba, Pininfarina Architetture e Patrick Tuttofuoco, MAN, Nuoro / Out of body, Nilufar Gallery, Milano Design Week 2022 / Forever by Patrick Tuttofuoco in dialogue with Umberto Sebastiano, in collaboration with NFT Art Lab Experience and That’s Contemporary, Casa degli Artisti, Milano / Like They were Eternal, Schiavo Zoppelli Gallery, Milano / Veggenti, with Andrea Anastasio, curated by Davide Quadrio and Ajola Xoxa, Old Villa, Tirana.

Zoe Williams

Palazzo Vidoni:

Living Currency platter, 2022, ceramica smaltata, cm 50 x 30. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Minne di Saint Agatha platter, 2022, ceramica smaltata, cm 51 x 35. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Saint Agatha’s platter with serpents, 2022, ceramica smaltata, cm 54 x 37. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Heel & shit, 2022, ceramica smaltata, cm 19 x 10 x 8. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Flesh and lime slipper, 2019, ceramica cotta invetriata, con riflessi dorati e perlati, cm 7 x 23 x 9. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan

Heel & salami, 2022, ceramica smaltata, cm 25 x 12 x 9,5. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Algol’s Confidant, 2021, ceramica smaltata, muschio, cm 40 x 23 x 18. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Candy venus and pink squid dream haemorrhoid table lamp, 2022, lampada in ceramica smaltata e vetro vintage, cm 70 x 30 x 30. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Silver O II, 2017, argento fuso, cm 0,5 ø cm 2. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Palazzo Affaitati:

Algol’s Mistress, 2021, ceramica smaltata, cm 50 x 48 x 22. Courtesy of the artist and Ciaccia Levi, Paris – Milan.

Ph: Chico/Ercoli/Rossetti

Zoe Williams (1983, UK) impiega diversi mezzi espressivi, tra cui l’installazione, il video, la ceramica, il disegno e la performance, che insieme contribuiscono a definire l’immaginario poetico dell’artista, tra sensualità, misticismo, ritualità, e paradigmi soprattutto femminili. Questa varietà tecnica e tematica le permette di lavorare su uno spettro creativo chiaramente multidimensionale. Oltretutto, la pratica di Williams prevede spesso il coinvolgimento di altri artisti, provenienti da discipline come la danza o il cinema, arricchendo così il processo creativo di prospettive eccentriche rispetto alle arti visive. Gli scenari e gli oggetti in cui questi si collocano sono spesso caratterizzati da un dialogo giocoso ed esplicitamente provocatorio. Le opere di Williams sono sospese nel tempo e nello spazio; parlano delle trasformazioni culturali e sociali che determinano la nostra percezione del mondo e dei meccanismi relazionali che lo determinano.

Mostre principali: Fraeme, La Friche la Belle de Mai, Marsiglia / Tate St-Ives, The Roberts Institute of Art, Londra / DCA, Dundee, Spike Island, Bristol / Dortmunder Kunstverein, Dortmund / Mimosa House, Londra / Le Crédac, Ivry-Sur-Seine, Villa Arson, Nizza / Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino. Le sue opere fanno parte della collezione FRAC Nouvelle-Aquitaine La Méca in Francia e della Collezione Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia.