Thomas Berra

Palazzo Affaitati:

Fai bene finché hai tempo, 2024, legno, piastrelle. Courtesy of the artist and UNA Galleria, Piacenza.   Supporto tecnico: Viola Emaldi e Senio – alta ceramica faentina.

Scuola di liuteria:

Crescere come piante, 2024, acrilico su tessuto sintetico.
In collaborazione con gli studenti dell’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore Antonio Stradivari.

Thomas Berra (1986, IT) muove dalla tecnica tradizionale del dipinto su carta o su tela di grande e piccolo formato, per poi espandersi su supporti diversi, come tende o pareti, componendo opere dal carattere onirico e immersivo. L’ispirazione principale della sua pratica artistica deriva da uno studio approfondito del mondo vegetale, sviluppato nel ciclo Elogio delle Vagabonde, iniziato nel 2015: il suo lavoro è una sorta di esaltazione delle “erbacce”, spesso negate dalla botanica e dalle forme d’arte considerate più nobili. Il regno vegetale è un palcoscenico di paesaggi mistici, popolati da figure che sembrano provenire da un mondo incantato in cui l’uomo si fonde armoniosamente con la natura. Accanto a personaggi appena accennati, le piante infestanti si diffondono sulle superfici, generando un immaginario intimo sospeso nel tempo (Scuola di liuteria) .

Fai bene finché hai tempo (2024) si presenta come una riflessione sulla vita, un spazio che ricorda un bagno, luogo ultimo nella società ma che – personalmente per l’artista – rappresenta un luogo intimo, di raccoglimento. La grande installazione si presenta con fosse lo spaccato di una stanza, circolare, fruibile in tutte le sue parti. Da un lato la superficie piastrellata, singolarmente dipinta, ricca di interventi come fosse uno scorrere incessante di narrazione; dall’altro lato sta l’impalcatura, visibile, che sorregge l’intervento, quasi riportando metaforicamente all’idea del sostegno di una maschera, di una menzogna, qualcosa di finto all’apparenza che senza supporto sarebbe fragile, senza stabilità. L’inserimento di un lavandino trasforma l’ambiente rendendolo a tutti gli effetti una fontana, che rende l’idea di ciclicità, e di una perenne rilettura dello scorrere delle cose.

Mostre principali: Pittura Italiana oggi, a cura di Damiano Gulli, Triennale Milano, Milano/ In quel camminare dove i piedi ti portano, a cura di Elisabetta Barisoni, Cà Pesaro, Venezia (solo)/ Vorrei una casa al mare ma dipingo solo montagne, UNA Galleria, Piacenza (solo)/ Usva Utu Sumu, Zazà Ramen, Milano (solo)/ Katso Merta: alle volte mi scordo di guardare il mare, Galleria Kuja, Helsinki (solo)/ FIUR a cura di Ivan Quaroni, Museo civico Magazzini del Sale, Palazzo Pubblico, Siena (solo )/ Tree Time a cura di Andrea Lerda, Museo della Montagna, Torino/ So long (Arrivederci), Fondazione Pastificio Cerere, Roma/ Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo a cura di UNA, Spazio Leonardo, Milano (solo).

Federico Cantale

Palazzo del Comune:

1. Copriti bene (Inverno), 2024, legno noce, legno faggio, tessuto eco nylon e piume d’oca, cm 105 x 180 x 105. Courtesy of the artist and Triangolo, Cremona.

2. Copriti bene (Inverno), 2024, legno noce, legno faggio, tessuto eco nylon e piume d’oca, cm 96 x 190 x 95. Courtesy of the artist and Triangolo, Cremona.

Triangolo:

1. Guardaroba, 2021-2024, acciaio inox verniciato, vetro soffiato, ottone, ottone sbalzato, legno dipinto, legno, legno laccato, cemento, intonaco, acciaio, ferro argentato, filo elastico, piumino e biglie, cm 160 x 400 x 40. Courtesy of the artist and Triangolo, Cremona.

2. Tra me e me, 2024, terracotta e palloncino, cm 30 x 45 x 20. Courtesy of the artist and Triangolo, Cremona.

3. Tra sé e sé, 2024, terracotta e palloncino, cm 30 x 45 x 20. Courtesy of the artist and Triangolo, Cremona.

4. Trance di miele, 2024, legno laccato e legno okumè, cm 21 x 170 x 46. Courtesy of the artist and Triangolo, Cremona.

Federico Cantale (1996, IT) esplora la conoscenza sensibile delle forme partendo dalle intuizioni che emergono dalla storia umana e dalle scoperte legate alla propria vita quotidiana. La sua pratica artistica si distingue per la capacità di catturare e re-interpretare il mondo che lo circonda. Le opere derivano da un vocabolario visuale spontaneo, a sua volta risultato di un sistema di rappresentazione che si basa sulla costante interazione tra geometria e figurazione. Attraverso l’integrazione di queste due dimensioni della creatività, Cantale da vita a sculture che invitano lo spettatore a una riflessione profonda sulla natura della forma, sulle sue potenzialità espressive e sulle connessioni intrinseche tra l’individuo e il suo ambiente. Nascono ponti tra il mondo tangibile e quello ideale, tra la razionalità e l’emozione, restituendo uno scenario semantico naturalmente vario e stratificato.

Copriti bene (Inverno), 2024 — l’opera che Federico Cantale presenta al Palazzo del Comune di Cremona — attinge dalla memoria biografica dell’artista, recuperando ricordi delle abbondanti nevicate invernali vissute nella pianura lombarda. L’artista riscopre immagini archetipiche che hanno la qualità della personificazione e del paradosso: il freddo diventa caldo e viceversa. Le tre sculture evocano tronchi caduti. Mai i tronchi hanno dimensioni umane e indossano piumini colorati, in un gioco di metamorfosi tra l’albero e la figura umana.

La mostra personale di Federico Cantale da Triangolo si intitola Opere libere e, come suggerisce il titolo, è priva di un tema vincolante che ne delimiti il significato. I lavori sono concepiti liberamente partendo da intuizioni quotidiane, come i tratti spontanei e immaginari dei disegni infantili.

Mostre principali: Fondazione ICA, Milano/ Ordet, Milano/ Federica Schiavo Gallery, Milano/ Studiolo, Milano/ Fondazione Pini, Milano/ Galerie der Stadt Sindelfingen, Germania.

Victoria Colmegna

Palazzo Zaccaria Pallavicino – FASArchitetti:

Ergo, 1947 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Mi-Carême (Mid-Lent), circa 1925 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Trois Mimes (Trois Clowns), 1936 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Vol d’oiseau (Bird’s Eye), 1949 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

La baigneuse (The bather), 1924–1927 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Spring (Printemps), ca. 1937-1938/1943 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

La femme au masque, 1938 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino and alpacar wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Geai bleu, 1938–1939 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino and alpacar wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Untitled (Match-Woman I), 1920 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino andmohair wool. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Untitled, ca 1920– Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Voiles, ca. 1911 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Untitled, 1920 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Paysage à Cassis, 1911-12 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Idylle, 1927 – Collectible Picabia, 2023, hand-knitted with merino, alpaca, mohair wool, hand warm-wash, dry flat in shade. Courtesy of the artist and Emanuela Campoli, Paris.

Victoria Colmegna (1986, AR) esplora le dinamiche che caratterizzano i sistemi sociali chiusi. La sua pratica artistica si concentra su un’osservazione che ha come oggetto la creazione dell’opera d’arte da parte dell’artista amatoriale, fino al punto in cui questa diventa una forma di autolesionismo o di auto-abuso. Le opere di Victoria Colmegna sono spesso caratterizzate da un’eccessiva cura dei dettagli, e da una vena popolare che le rende in qualche modo apocrife e transpersonali, come se queste fossero il risultato di un’azione collettiva piuttosto che individuale. Mescolando, impegnando, ospitando e invitando, Colmegna cerca, attraverso l’arte, di risolvere il dilemma irrisolto dell’autostima. Il suo lavoro si situa in una zona di confine dove moda, fan-item e memorabilia si intrecciano creando un frenetico salto di frontiera tra industrie e culture disomogenee. Questo approccio le permette di esplorare nuove forme espressive, mettendo in questione le convenzioni ormai tradizionali dell’arte contemporanea.

La mostra presso Palazzo Zaccaria Pallavicino raccoglie un gruppo di maglioni da collezione tratti dal catalogo ragionato delle opere di Francis Picabia. L’opera si muove freneticamente tra diverse industrie: design di moda, cimeli di famiglia, beni artistici. Sempre più intrecciate tra loro nel settore della produzione di beni di lusso, la moda e l’arte si confondono in un modello industriale che ‘pensa’ sempre più per stagioni. I maglioni lavorati a mano di Colmegna erano inizialmente destinati a essere indossati dai figli dei collezionisti, per trasformarsi così in una modalità espositiva, e in un modo per “contagiare” un tipo di consumatore. La serie, che finora comprende più di 60 maglioni, intende trasformare in maglione tutte le opere del catalogo di Picabia, alludendo a idee più tradizionali sul collezionismo, come la competizione per l’acquisizione delle opere e l’attaccamento emotivo a un lungo inseguimento, che però non può mai esser portato a termine.

Mostre principalii: Ênfant Gaté, Galleria Emanuela Campoli, Parigi / The Cure, Fitzpatrick Gallery – CFA, Milano / Love Needs Care, Weiss Falk, Zurigo / Mirror, Stage, Baby Introspective, Schwarzcafé LUMA Foundation, Zurigo. Mostre collettive; Chapter III, Weiss Falk, Giappone / September Issues, Peres Projects, Milano / Retail Apocalypse, Centre Canadien d’Architecture, Montreal / Haunted Haus, Swiss Institute, New York / Sartor Resartus, HFKD, Holstebro. 

Lucia Cristiani

Palazzo del Comune:

1. Dopo tanto perdermi, 2024, catenine in argento, rame, ferro e ottone.

2. Dense, 2024, bioplastiche, alghe Sargassum, ferro.

Orientart:

Temporary North Star for Eels, 2024, oliere in acciao inox, paralumi in vetro soffiato.

La pratica artistica di Lucia Cristiani (1991, IT) prova a superare la mera rappresentazione estetica per offrire un’indagine profonda sulla natura umana e sul suo rapporto con l’ambiente circostante. Con approccio multidisciplinare l’artista affronta la complessità delle relazioni interpersonali, le dinamiche sociali e la tensione tra individuo e comunità. Gli oggetti e i soggetti che Lucia Cristiani sceglie come protagonisti delle sue opere non sono solo elementi fisici del paesaggio, ma simboli carichi di significato che raccontano storie, emozioni e memorie. Sono metafore della condizione umana, che si nutrono di esperienze individuali, lotte interiori, aspirazioni più o meno compiute. L’opera è un viaggio introspettivo che invita lo spettatore a riflettere sulla propria identità e sul ruolo che ciascuno gioca nella costruzione del tessuto sociale.

Temporary North Star for Eels è una nuova serie di opere che si traduce in una sorta di punto o guida nel buio di tempi incerti. Stelle di vetro soffiato si uniscono a oliere in acciaio ricordando momenti di convivialità.  L’opera richiama formalmente lo stile brutalista, un riferimento sedimentato nella memoria di Lucia Cristiani in ragione del suo interesse per le culture balcaniche.

In questa direzione si muove anche Dense, opera che riflette sulla ciclicità interrogandosi sul tema delle sulle bioplastiche e sul concetto di paesaggio. Le alghe dei Sargassi, provenienti da questo mare senza confini terrestri, fungono da base per la creazione di paesaggi a misura di anguille, come fossero visioni aeree di superfici acquatiche. Dense racconta un viaggio faticoso e impervio che invita a osservare ciò che si è stati e su ciò che si potrebbe diventare. Così come le anguille europee percorrono l’Oceano Atlantico in un lungo viaggio solitario per raggiungere il Mare dei Sargassi, così anche l’essere umano potrebbe cercare nuovi punti di riferimento per orientarsi nel presente incerto. È forse necessario riscoprire strumenti del passato e costruire nuove possibilità, per immaginare un futuro desiderabile.

Mostre principali: Fondazione La Quadriennale di Roma, Roma/ Toast Project Space – Manifattura Tabacchi, Firenze/ Fondazione ICA, Milano/ Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto/ Like a Little Disaster, Polignano a Mare/ Fondazione l’Arsenale, Iseo/ Localedue, Bologna/ Pinacoteca Nazionale, Bologna/ Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino / Fondazione Elpis, Milano/ Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, Verona.

Luca De Angelis

Palazzo Vidoni:

Madrigale, 2024, stampa su tessuto, m 10 x 2.

Palazzo Affaitati:

1. Senza titolo, 2024, olio su lino, cm 180 x 140.

2. Senza titolo, 2023, olio su lino, cm 24 x 18.

Per Luca De Angelis (1980, IT) la figurazione è una strategia volta a stabilire un legame profondo con lo spettatore. L’opera è ancorata alla realtà, radicata nella storia dell’arte e nel rapporto umano con l’immagine, imprescindibile punto di partenza. Il vissuto, anche nella prospettiva storica, è il presupposto che l’artista utilizza per avviare il proprio processo di trasfigurazione del reale; la pratica artistica è per De Angelis un modo di attivare momenti di rivelazione. La realtà in questione è di natura sfuggente. Lo spettatore si trova così a riflettere sulla sua stessa percezione della realtà e delle molteplici interpretazioni che essa comporta.

Mostre principali: Nadir, 2023, Annarumma Gallery, Napoli / La stagione straniera, 2022, Fondazione Coppola, Vicenza  / Messinscena, 2018, Palazzo Ducale di Urbino /  Portrait of a man, 2016, Remont, Belgrado. Tra i premi: Level 0, 2021, Fondazione Coppola e Art Verona / Premio COMBAT, 2014 / Premio Fondazione Francesco Fabbri, 2013.

Luca De Leva

RobolottiSei:

Thyself Agency INFO POINT

Luca De Leva (1986, IT) intende arte e vita come inscindibile unità, partendo dal presupposto che persona e artista siano indissolubilmente legati. Con lo sguardo ai dadaisti e al loro desiderio di riprogrammare un’umanità in crisi, De Leva vede nell’arte una possibilità di una trasformazione personale, alla ricerca dei valori positivi che possono mitigare le incongruenze della propria parte interiore. Nel 2011, una residenza artistica presso la Zico House a Beirut lo vide coinvolto in un progetto in cui la sua vita viene scambiata, per la prima volta, con quella di un altro individuo. Questa esperienza – che ha avuto la sua traduzione formale sotto forma di scultura gonfiabile nel 2012 – lo cambiò profondamente, direzionando la sua ricerca artistica verso la creazione di benessere mentale, sia per sé che per gli altri, cercando di esplorare diverse modalità di esistenza, senza temere di mettere in discussione le convenzioni sociali. Nel corso degli anni De Leva ha approfondito la natura umana, cercando di comprenderne l’essenza; cercando nell’infanzia le radici di desideri e paure, De Leva impiega il ricordo come uno specchio positivo, riconoscendo la sua appartenenza a una rete di vite che si estende tra le generazioni, accogliendo questa consapevolezza come una fonte di arricchimento personale e di comprensione del mondo che lo circonda. Prende corpo così, a distanza di 10 anni dalla sua esperienza più significativa, l’idea di Thyself Agency, un’agenzia viaggi, all’interno delle vite degli altri, un’agenzia di scambio vite. 

Mostre principali: www.thyself.agency, Pinksummer, Genova, 2023 / è stato bello pensarti, ADA, Roma, 2019 / Hai paura dell’uomo nero?, Museo Burel, Belluno, 2019 / Ultime Volontà, ADA, Roma, 2017 / Cronache da un altro occhio, performance, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli, Torino, 2017 / Cavalli e Madonne, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano, 2016 / ThySelf Talk, performance, Museo Villa Croce, Genova 2015 / Requiem, Basilica S. Marco, Milano, a cura di Artache, 2015 / Fiammetta dixit, CURA. Basement, Roma, 2014 / Ho perso gli anelli ma mi restano le dita, Room Galleria, Milano, 2013 / Blarney 5×3, Almanac Project, Londra, 2013 / ThySelf Talk, Zico House, Beirut, 2012. 

Jeremy Deller

Casa Stradivari:

1. Our Hobby is Depeche Mode, 2006, proiezione video digitalizzata, 66′. Courtesy of the artist and The Modern Institute/ Toby Webster Ltd, Glasgow.

2. Ramallah Old Town 30th April 2024, 2024, video, 13’14”. Courtesy of the artist and The Modern Institute/ Toby Webster Ltd, Glasgow.

Palazzo Raimondi – Dip. di Musicologia e Beni Culturali (UniPV):

1. Wir haben die Schnauze voll, 2020, video, 17’13”. Courtesy of the artist and The Modern Institute / Toby Webster Ltd, Glasgow.

2. Different Times, 2024, fibra di carbonio, resina. Courtesy of the artist and The Modern Institute / Toby Webster Ltd, Glasgow.

Jeremy Deller (1966,  UK) è noto per il suo approccio provocatorio e concettuale, capace di mescolare arte, storia e società. La sua pratica tocca l’installazione, la performance, l’immagine statica e quella in movimento. Deller indaga le dinamiche sociali e culturali del Regno Unito, dando vita a progetti che esplorano la memoria collettiva britannica, cercando di coinvolgere il pubblico in un dialogo critico e riflessivo. Una delle sue opere più famose, “The Battle of Orgreave” (2001), è la ricostruzione di uno scontro tra minatori e polizia avvenuto nel 1984 durante uno sciopero. In questa occasione Deller ha messo in luce la complessità delle tensioni sociali e politiche, utilizzando l’arte come strumento per reinterpretare la storia del suo paese. Nel 2003 produce “Memory Bucket”, un documentario che esplora la politica americana attraverso una serie di interviste e immagini raccolte durante un viaggio negli Stati Uniti post-11 settembre. Con questo progetto Jeremy Deller ha vinto il prestigioso Turner Prize.

Jeremy Deller torna in Italia dopo la collaborazione con la Fondazione Nicola Trussardi nel 2018, dove ha ricreato la grande installazione gonfiabile Sacrilege, dedicata a un tema che gli è caro, quello di Stonehenge. Si tratta di un importante ritorno poiché l’artista inglese ha ideato e creato un nuovo progetto appositamente per Cremona Art Week 2024. Deller, infatti, attinge dalle sue azioni e studi dedicati ad alcune tematiche ricorrenti nella sua opera, come quella della musica, trattata sotto punti di vista nuovi e particolari. A Cremona, Jeremy Deller ha deciso di focalizzare la sua attenzione su un soggetto storico e fondamentale per città, la liuteria.

Il film Wir haben die Schnauze voll, in mostra a Palazzo Raimondi, è stato girato con l’Orchestra Beethoven e alcuni bambini di Bonn, durante un concerto dedicato dedicata al 250esimo anniversario della nascita del musicista. Il video è una rivisitazione pop della Settima sinfonia. Riguarado al video Different Times (Casa Stradivari) Jeremy Deller nota: ” …questo violoncello è stato lasciato qui da un po’. Gli stickers raccontano una storia di un violoncellista che ha viaggiato, negli ultimi dieci anni. Narrano una biografia del musicista e dell’Europa”.

Mostre principali: “Joy in People”, Hayward Gallery di Londra,  2012/ “All That Is Solid Melts Into Air”, Moderna Museet di Stoccolma, 2018/ “So Many Ways to Hurt You. The Life and Times of Adrian Street” al Baltic Centre for Contemporary Art, 2019/ “Strong and Stable My Arse”, galleria Modern Art Oxford, 2017/ “We’re Here Because We’re Here”, mostra diffusa nel Regno Unito, 2016/ “It Is What It Is: Conversations About Iraq”,  in collaborazione con il fotografo britannico Ed Webb-Ingall, mostra itinerante, 2009.

Roberto Fassone

Timpettil/ The wall art shop:

Roberto Fassone (1986, IT) esplora temi complessi attraverso una varietà di medium, utilizzando la confusione come fosse una struttura creativa, stimolando lo spettatore a riflettere sulla realtà e le sue interpretazioni. Inizialmente influenzato da Cesare Pietroiusti, Fassone ha adottato un approccio analitico, esplorando soprattutto le tecniche artistiche tradizionali, che poi ha abbandonato, per esplorare le modalità performative nell’ottica di una più completa libertà d’azione. Il suo lavoro riflette una visione del mondo che è familiare e alienante al tempo stesso. Nonostante la sua pratica muova da una matrice concettuale, Fassone preferisce conservare spontaneità e leggerezza come presupposti del piacere del fare artistico. Perciò l’artista utilizza il gioco, il travestimento e la finzione come strumenti espressivi, esplorando la natura mutevole della realtà e stimolando un dialogo critico sul mondo che ci circonda.

A Cremona Roberto Fassone è stato invitato a dialogare con la città attraverso due azioni. La prima è di natura performativa e accade due momenti diversi, domenica 19 maggio e martedì 21 maggio, presso la Sala della Giunta a Palazzo del Comune e presso la biblioteca di Palazzo Raimondi. La seconda, invece, si sviluppa in due sedi nel centro della città, dietro alla piazza del Comune. Presso Timpetill, una libreria per bambini, Fassone espone dei libri editi della casa editrice dell’artista, Roi De Coupe. I libri sono presentati in vetrina, insieme a una pubblicazione prodotta per Cremona Art Week. Il libro si intitola Breve introduzione al pensiero critico di Romeo Fassone. Tutti i perché? Tutte le domande che Romeo ha fatto da agosto 2023 a novembre 2023 e viene presentato al pubblico in questo nuovo contesto. Raccoglie le frasi tratte dalle questioni poste da Romeo, figlio dell’artista, nel periodo indicato. Alcune pagine sono a disposizione del pubblico presso l’ediacola che si trova accanto al Battistero. Nella vetrina del negozio accanto (The Wall), Fassono, sempre in dialogo con il contesto che lo ospita, mette in mostra una nuova produzione legata a un immaginario che riprende il tema della guerra, mescolandosi con quello dell’intelligenza artificiale. Gli Animali che pensano alla guerra (e un gruppo di camaleonti che ha preso l’LSD) rappresenta, con pensierosa ironia, questi temi. In un negozio di souvenir e oggettistica, dunque, Fassone prosegue con “un’emanazione di Roi de Coupe, sotto forma di articolo regalo”.

Mostre principali: Maison de la Culture, Lussemburgo/ MAXXI L’Aquila/ Ars Electronica, Linz, AU/ Vision du Rèel, Nyon, CH/ 25th Gabrovo Biennial of Humor & Satire in Art, Gabrovo, BG/ Lo schermo dell’arte, Firenze/ Istituto Italiano di Cultura, Parigi/ Fanta-MLN, Milano/ MAMbo, Bologna. Ha fondato la casa editrice Roi de Coupe. Nel 2023 ha vinto il MAXXI Bulgari Prize for Digital Art.

Claire Fontaine

Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Cremona:

LED sign, cables and transformer, 2023, lettere tridimensionali, led su cornice, cm 25  x 242. Courtesy of the artist and Secci Gallery, Milano.

Claire Fontaine (fondato nel 2004, FR) è una figura artistica collettiva nata da Fulvia Carnevale e James Thornhill a Parigi nel 2004. Deve il nome a una popolare marca di quaderni scolastici, il che sottolinea l’interesse per la cultura del consumo e la produzione di oggetti di uso quotidiano. Dal 2017 Claire Fontaine vive a Palermo. Si definisce “artista readymade” e in quanto tale predilige l’uso di oggetti e materiali preesistenti, spesso riappropriandosi di forme e concetti propri del mondo dell’arte o della cultura di massa. Questo approccio la porta a elaborare un’arte neo-concettuale che, pur avendo delle affinità con il lavoro di altri artisti, ha una sua inconfondibile identità. Claire Fontaine esplora temi complessi come l’impotenza politica e la crisi dell’arte nel contesto contemporaneo. L’opera è uno strumento di critica sociale che stimola il pubblico a interrogarsi sulle dinamiche del potere, sul ruolo dell’arte e sulla natura stessa di autorialità.

L’opera “Liber* Tutt*” del 2023, posizionata negli spazi esterni dell’Università Cattolica, si presenta come un’inno alla liberazione e un invito a liberarsi dagli stereotipi di genere e dallo stato di minoranza dell’umanità. Quest’opera si distingue per l’uso dell’asterisco che impedisce l’identificazione di genere nelle parole utilizzate agendo come un gesto grafico performativo che simboleggia il desiderio di liberazione dai condizionamenti derivanti dagli stereotipi di genere. Attraverso l’utilizzo di vari media, in particolare il neon nello spazio pubblico, l’opera di Claire Fontaine si propone di colpire il sistema politico e culturale contemporaneo, utilizzando parole e immagini espressive – spesso utilizzate come slogan e riprendendo espressioni già mediaticamente conosciute – per trasmettere un messaggio di ribellione e di trasformazione sociale. Questo processo coinvolge una ri-contestualizzazione degli archetipi del passato, che vengono accolti e reinterpretati per trasmettere contenuti nuovi e irriverenti. L’opera “Liber* Tutt*” rappresenta una provocazione al status quo e un invito a guardare il mondo con occhi nuovi.

Mostre principali: Left & Right, Hypermaremma, Pescia Fiorentina, IT / Palazzo Maffei, Verona, IT  (Permanent installation) / Beauty is a ready-made, Foundation Hermes, Seoul,  KR/  Claire Fontaine, Dior Spring Summer, Brooklyn Museum, Brooklyn, NY / Reproductions, Mennour, Parigi / Cancel Patriarchy, Base, Milano / Protection, Novo, Secci, Milano / Become a Sea, Galerie Neu, Berlino / Readymade Emotions, T293, Roma / Il Personale, Site Specific Installation (installed upon winning the 21st Premio Ermanno Casoli prize) / Elica, Fabriano, IT / Stranieri ovunque, 60° Biennale di Venezia.

Francesco Gennari

Triangolo:

Ahhh…, 2019, boronzo naturale.

Palazzo Stanga Trecco:

non sarà mai più come la prima volta, 2018, bronzo dipinto, cera.
Courtesy of the artist, Ciaccia Levi, Paris – Milan and ZERO…, Milano.

Teatro di San Luca:

vorrei perdermi e non trovarmi più, 2023, bronzo nautico, caramelle di zucchero.
Courtesy of the artist, Ciaccia Levi, Paris – Milan and ZERO…, Milano.

Francesco Gennari (1973,  IT) considera l’immaginazione un potente strumento di conoscenza, e attraverso di essa cerca di dare forma e significato a ciò che ci è negato vedere. La sua pratica artistica si basa su un’osservazione attenta del mondo, che Gennari sempre legge attraverso la lente del proprio io. L’artista è al centro del suo lavoro, protagonista della propria riflessione sull’esistenza. Ogni opera è una manifestazione di emozioni ed esperienze personali, tradotte in forme artistiche che perciò intercettano l’essenza del suo essere. Attraverso disegni, fotografie, sculture e una straordinaria cultura dei materiali, Gennari esplora temi profondi come l’assenza, il vuoto, l’identità e l’auto-definizione. Questi concetti vengono trasformati dall’artista in elementi tangibili e giocosi, che invitano lo spettatore a riflettere. L’uso di diversi mezzi espressivi permette di osservare la complessità della condizione umana da molteplici prospettive, creando opere che sono allo stesso tempo personali e universali.

In non sarà mai più come la prima volta 2018 il gesto di sbucciare l’arancia è una metafora che raccoglie tutte le esperienze che, ogni volta, sono uniche e irripetibili. Ogni esperienza, infatti, ha una prima volta. Questa prima volta, di una prima esperienza, la si deve vivere con la consapevolezza che tutte quelle successive saranno sempre diverse. L’opera è fissa nella forma delle scorze di arancia. E’ una natura morta. E’ anche una natura viva. La loro disposizione varia ogni volta in relazione all’ inconscio di colui che installa l’opera.

Nel solco del corpo di lavoro delle “Degenerazioni di Parsifal” di Francesco Gennari, anche vorrei perdermi e non trovarmi più mette in scena una materia, che questa volta viene animata da confetti metallizzati. La materia si disperde entropicamente dopo che la struttura in bronzo che la conteneva, circoscriveva e proteggeva, viene smontata. La materia interna diventa metafora dell’identità dell’artista che, quindi, si disperde in forma irreversibile nello spazio frammentato dai simboli delle stelle e della luna sul pavimento.

La quotidianità dell’artista che torna dalla corsa genera un sospiro di piacere quando lui si toglie i calzini, che divengono dunque oggetti metafisici della quotidianità. Questo sospiro è  descritto dal titolo dell’opera, Ahhh…, che non evoca un concetto, ma, appunto, una sensazione di piacere.

Ha esposto in numerose istituzioni e musei internazionali, tra cui: Frac ile-de-France, Parigi/ Frankfurter Kunstverein, Francoforte/ Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma/ GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, Bergamo/ Kunstmuseum Winterthur, Winterthur / Le Magasin, Grenoble / M HKA extra muros, Mechelen / Museo Marino Marini, Firenze / Museum of Contemporary art, Chicago / Nouveau Muse National de Monaco, Monaco / Palazzo Grassi, Venezia.