NO FUTURE | Ettore Favini e Triangolo

Palazzo Guazzoni Zaccaria:

1. Melle Van Herwaarden, Still life, 2024, olio su lino, cm 90 x 100.

2. Melle Van Herwaarden, Crushed, 2024, olio su lino, cm 40 x 30.

3. Melle Van Herwaarden, Solo, 2024, olio su lino, cm 60 x 50.

4. Isabella Benshimol, Loro, 2024, porta carta igienica in acciaio inox, panni usati, resina epossidica e carta A4, dimensioni variabili.

5. Isabella Benshimol, Paloma, 2024, rubinetto da cucina a doppia leva da incasso 2024 Cromo, abiti usati, resina epossidica e fogli A4, dimensioni variabili.

6. Isabella Benshimol, Schizzo N.83, 2024, carta hahnemühle photo rag, cm 6,75 x 9.

7/8. Arhun Aksakal, Eternal city, 2024, clorofilla su carta antica, cm 144,10 x 121,2.

9. Alessandro Polo, Yes, they still live underground, 2024, pennarello e acrilico su Megablock, cm 30 x 20 x 15.

10. Rebecca Momoli, Macellaio, 2024, ferro battuto, legno di faggio, specchio, cm 60 x 60 x 33.

11. Gabriele Ciulli, Not titled yet, 2024, vasche plastica, acqua , luce colorata, dimensioni variabili.

Metà degli anni ’90, tutti i più grandi sociologi impegnati negli studi sui cambiamenti generazionali stanno discutendo animatamente in una stanza. Il complesso tema è come chiamare la nuova generazione, quella successiva ai millennials. A un certo punto ecco un’idea: “generazione Z!”, urla un vecchio professore dall’aspetto vetusto. Attorno a lui si levano borbottii di assenso. Poi il più giovane degli studiosi presenti si alza in piedi e prende la parola timidamente: “egregi colleghi, un rapido dubbio… Se la chiamiamo Z, poi come chiameremo quella dopo?”. Fragorose risate si levano nella sala. Sipario.

È un po’ così che si sentono tutti i nati tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000. Inutile ripetere anche la pappardella della iGeneration o dei nativi digitali. Per i nati in questo giro d’anni i dispositivi hanno costituito senza dubbio dei luoghi fisici dove allenare il proprio immaginario, ma dall’altra parte anche un catalizzatore fenomenale che crea uno scompenso tra la velocità dei social e la velocità nella vita, un’ulteriore disarmonia in un mondo in cui il progresso scientifico e quello etico non vanno più a pari passo ormai da un secolo.

Dunque, il no al futuro, come da titolo della mostra, è duplice: non è solo il No propinatoci dalla storia e dalla società a ogni nostra possibile aspirazione o prospettiva futura, è anche il nostro No al mondo sfasciato che ci vogliono sbolognare, ma che non vogliamo proprio prendere in mano.

La storia delle controculture ha seguito la logica per cui l’istante del “NO”, della rivolta culturale, prendeva corpo, tempo e spazio nella costruzione di un movimento ed ecco che, in seno a una negazione, in maniera quasi paradossale, emergeva un progetto e, con esso, la promessa di un futuro alternativo, come un oceano di possibilità in cui potersi tuffare. Avvicinandoci ai giorni nostri, accade in questa storia qualcosa che non è più inquadrabile secondo uno schema preciso. Come dice Marguerite Yourcenar, è innegabile che “qualunque cosa si faccia si ricostruisce il monumento a proprio modo, ma è già tanto adoperare pietre autentiche”; in parole povere nessuno inventa mai davvero niente, i tomi della biblioteca di Babele sono sempre quelli e, gira e rigira, diciamo tutti periodicamente le stesse cose. Ma quella sana e fulgida inconsapevolezza di pensare di aver detto qualcosa di innovativo fa semplicemente tutta la differenza del mondo. L’esplorazione, infatti, non è più nei luoghi mentali del pensiero, dell’immaginazione, delle fantasie, ma nella grande rete che connette tutto e tutti. Che ne è dunque di quella linea di fuga che chiamiamo utopia o futuro, quando tutto è già qui?

In maniera assolutamente paradossale, a causa della totale mancanza di filtri nel dedalo social, in un mondo sempre più virtuale, la realtà non si può più ignorare. È la mefistofelica e apocalittica vittoria del vero contro il fantastico, in un contemporaneità che non è mai stata inquietante quanto lo è oggi. Da qui sbocciano, come fiori del male, la malinconia, il senso di fallimento, la salute mentale sempre più fragile e un senso di precarietà plenario.

Il futuro, come cantano i Blink182, per questa generazione non può esistere.

You can run, but life won’t wait, yeah/ They don’t care about you/ (No future!)

Archimede Favini