Palazzo del Comune

Della Cremona cinquecentesca non abbiamo descrizioni particolareggiate. Possiamo immaginarla, grazie alla bella pianta di Antonio Campi, come una città compatta, dalle solide mura, con belle chiese e sontuosi palazzi, sui quali svettava il medievale Torrazzo. La stessa impressione di magnificenza ricevette Fynes Moryson che vi soggiornò brevemente nel 1594. Appena giunto in città, il giovane viaggiatore inglese si precipitò ad ammirare la Cattedrale e il Palazzo del Comune, e a salire i 492 gradini che portavano in cima al Torrazzo per abbracciare, con un singolo sguardo, l’ampia cerchia di mura e la campagna che si stendeva intorno ad esse a perdita d’occhio. E prima di ripartire annotò nel suo taccuino l’ammirazione che avevano destato in lui “gli innumerevoli e imponenti palazzi, e le strade ampie e confortevoli”. Mura, strade, palazzi richiedevano, per la loro costruzione, risorse imponenti, e c’è da chiedersi da dove i Cremonesi rilevassero tanta ricchezza. La mente corre subito alle cospicue rendite fondiarie che anno dopo anno affluivano in città, e che venivano sicuramente destinate, in non piccola parte, alla costruzione di chiese e palazzi, e al mantenimento di quell’ampia cerchia di artisti che, secondo Roberto Longhi, “avevano trasformato Cremona in una piccola Anversa”. Se le rilevazioni effettuate Nella seconda metà del Cinquecento non mentono del tutto, i beni fondiari dei Cremonesi rappresentavano all’incirca i quattro quinti della ricchezza globale. Non è improbabile che le cifre messe insieme dai censitori In occasione dell’estimo generale dello Stato sottovalutassero, e non di poco, i capitali investiti nella marcatura, in operazioni finanziarie, nella stessa produzione manifatturiere. Ma anche tenute nel debito conto questa forma di evasione, non c’è ragione di dubitare che il pilastro della prosperità cremonese restasse in ogni caso la terra.

in Giovanni Vigo, Cremona nel Cinquecento, in I Campi e la cultura artistica cremonese del Cinquecento, Electa, 1985.